Temi settimanali in evidenza

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La crescita delle vendite di nuove abitazioni e la riforma fiscale di Trump
A marzo gli ordini di beni durevoli sono cresciuti dello 0,7%, meno delle attese, con la domanda di automobili, manufatti metallici e macchinari in calo. Escludendo il settore dei trasporti, si è registrato il primo calo mensile, pari allo 0,2%, dallo scorso giugno, a fronte di un incremento dello 0,7% a febbraio. Nel frattempo le vendite di nuove abitazioni negli Stati Uniti sono aumentate del 5,8%, toccando quota 621 mila su base annuale, grazie alla dinamicità del Nord Est e della parte occidentale del Paese. Il dato ha superato le 587 mila unità di febbraio nonché le previsioni di un calo a 585 mila. Anche i prezzi delle abitazioni sono cresciuti più di quanto previsto dall’indice S&P/Case-Shiller, segnando un +5,9% su base tendenziale. Il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin e Gary Cohn, a capo del Consiglio Economico Nazionale, hanno rilasciato una pagina di sintesi del piano di riforma fiscale di Trump: per i dettagli bisognerà aspettare un secondo momento. La proposta prevede una riduzione dell’imposta sui redditi societari dal 35% al 15% e un “prelievo una tantum” sulle migliaia di miliardi di dollari detenuti dalle aziende statunitensi all’estero. Infine, dopo aver definito il NAFTA il “peggior accordo commerciale di tutti i tempi” nel corso della campagna elettorale, Trump ha fatto marcia indietro ed ora si accinge a rinegoziare il trattato con i suoi omologhi in Messico e Canada.

La ripresa dell’eurozona continua a rafforzarsi
Nel corso del vertice di giovedì la Banca Centrale Europea ha confermato la propria politica ampiamente accomodante: il tasso guida rimane invariato allo 0% e vi sono margini per ulteriori tagli dei tassi o un aumento degli acquisti di attivi finanziari. Il Presidente Mario Draghi ha affermato che l’economia dell’eurozona sta diventando “sempre più solida” e che i rischi al ribasso continuano ad affievolirsi. Egli ha inoltre citato l’assenza di pressioni al rialzo sui salari tra le ragioni per cui si è deciso di non modificare la politica monetaria. L’inflazione dell’eurozona è leggermente aumentata ad aprile: l’indice CPI è salito dell’1,2% su base annua rispetto al dato rivisto dello 0,8% a marzo, battendo le attese ferme a quota 1,0%. Su base congiunturale, l’indicatore è cresciuto dall’1,5% all’1,9%. Infine, l’indice di fiducia economica ha raggiunto quota 109,6, superando di gran lunga le previsioni (108,1) nonché il dato rivisto del mese precedente (108,0).

Frenata più brusca del previsto nel Regno Unito
L’attività economica è rallentata fino allo 0,3% nel T1, il dato più debole dal primo trimestre dello scorso anno, a causa dei primi effetti del rincaro dei prezzi. I mercati si attendevano una crescita dello 0,4% e la Banca d’Inghilterra aveva stimato un +0,6% nel corso della riunione di marzo. Il cedimento è da attribuire principalmente alla debolezza dei servizi, i quali rappresentano circa l’80% dell’economia: il segmento è cresciuto di un modesto 0,3%, rispetto allo 0,8% dell’ultimo trimestre del 2016. A frenare di più sono stati i settori che si rivolgono ai consumatori come il commercio al dettaglio, un segnale che l’inflazione determinata dal rialzo delle materie prime e dal crollo della sterlina a seguito del referendum sulla Brexit sta iniziando a pesare sui consumi. Inoltre l’indebitamento netto del settore pubblico è risultato pari a 4,37 miliardi di sterline, di gran lunga superiore alle attese (1,5 miliardi di dollari).

Riguardi.
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