Fuga di capitali dall’Italia. Perché gli italiani scappano.

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Nei giorni scorsi Bloomberg, la principale agenzie di stampa finanziaria al mondo, ha lanciato un allarme sul rischio-Italia sulla base della fuga di capitali in atto.
“L’Italia seguirà l’esempio del Regno Unito e lascerà l’Europa, pressata dal debito pubblico, dall’eccessivo rigore nei conti imposto da Bruxelles e da un ambiente svantaggioso per la sua economia? Prevederlo oggi e’ praticamente impossibile ma a giudicare dai flussi di capitali, diversi investitori non intendono attendere di scoprire la risposta e stanno lasciando il Paese trasferendo i propri capitali in banche di altre nazioni”.
Il dato di cui parla Bloomberg è il saldo di debiti o crediti che ogni Banca centrale nazionale ha nei confronti della Bce: se è in rosso, vuol dire che sono usciti più capitali dal Paese di quelli entrati, se invece è positivo vuol dire che il Paese ha attirato nuovi investimenti. A fine settembre il saldo, negativo, della Banca d’Italia è arrivato a 354 miliardi di euro, 118 miliardi in più di un anno fa.
Si tratta di una notizia poco pubblicizzata dai media italiani (che come al solito si perdono in cronache politiche invece di scrivere sui dati e sui fatti).  Eppure ha trovato vasto eco in altri ambienti europei, tanto che pure Mario Draghi, nel suo ultimo intervento di fine ottobre è stato costretto a parlarne per cercare di limitarne la portata (solo dopo, alcuni giornali italiani, hanno appena accennato al tema, vedi Sole 24 Ore e Repubblica in una rubrica economica interna).
“Il progressivo accumulo di passivi da parte di una banca centrale – precisa Bloomberg – solitamente è il sintomo di una fuga di capitali, che a sua volta è l’effetto di un grave rischio sistemico percepito. E’ proprio ciò che ultimamente è accaduto in Italia: tra gennaio e settembre di quest’anno Bankitalia ha accumulato passivi per 354 milioni di euro nei confronti del’Eurosistema, 118 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2015 e 78 in più dalla fine di maggio”.
Se i giornali in Italia (per non parlare dei programmi televisivi) non ne hanno quasi parlato, nei settori finanziari che contano la notizia è rimbalzata crescendo di importanza. Non a caso lo spread Btp-Bund è tornato a salire con un rialzo complessivo dei rendimenti dei titoli di stato italiani.
Quali sono le ragioni per cui i risparmiatori italiani investono massicciamente all’estero portando i capitali fuori dall’Italia? Ce lo spiega ancora Bloomberg: “Le dinamiche in atto possono essere spiegate con una serie di timori contingenti, principalmente quelli legati allo stato del sistema bancario italiano in difficoltà con rischi di bail in di alcune grandi banche e marginalmente anche il referendum del prossimo 4 dicembre”.
Il prossimo referendum ha perciò più un valore simbolico (marginale) rispetto a quanto riportato nei dibattiti sui media italiani che invece ne sopravvalutano l’importanza. La stabilità politica è certo un valore, e una vittoria del no al referendum potrebbe essere la miccia (la scusa) per alimentare una speculazione sull’Italia. Ma la vera causa è la paura sullo stato delle finanze pubbliche, dell’economia italiana e del sistema bancario italiano che oggi paradossalmente sono in una situazione peggiore rispetto alla fine del 2011, quando scoppiò la crisi che portò al governo Monti.
Il deflusso di capitali verso l’estero era già iniziato prima del Quantitative Easing. E’ proprio il QE della Banca Centrale Europea che sta dopando il sistema nascondendo le magagne economiche e politiche. Ma il QE serve solo per prendere tempo, per dar modo alla politica di intervenire.
L’intervento della BCE non può essere eterno, attualmente è previsto che scada il prossimo marzo e comunque i suoi effetti si faranno man mano più deboli.  Nell’ultima riunione BCE, Mario Draghi ha evitato di dare anticipi sull’argomento. Le sorti del piano di acquisti della BCE saranno perciò comunicate a dicembre, quando saranno a disposizione le nuove previsioni su inflazione e Pil anche per il 2019 e si potrà così capire di quali aiuti ha ancora bisogno l’economia dell’eurozona. Le attese del mercato sono per un prolungamento del piano per altri 6-9 mesi, quindi fino a settembre-dicembre 2017.  Ma ci si dovrà ancora una volta scontrare con la contrarietà di alcuni paesi europei.
Non crediamo in un cambio di rotta radicale della Bce ma prima o poi i mercati dovranno fare i conti con la fine del doping: e per molti titoli italiani significherà un netto calo dei prezzi per offrire rendimenti adeguati al “rischio-Italia”. Ed è questo appunto che sta già pian piano avvenendo fino a che il tappo scoppierà.
La chiusura di Bloomberg è molto chiara in proposito: “Stiamo assistendo ad una massiccia e persistente fuga di capitali, i cui effetti sulla stabilità delle finanze italiane si ingigantiranno, man mano che la Bce inizierà la ritirata dal Qe, chiudendo progressivamente l’ombrello di protezione di questi mesi. Un nuovo 2012? Non proprio. La tempesta, se ci sarà, non si scatenerà sui titoli di Stato, ma su quelli delle banche”.
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