I mercati azionari due settimane dopo il Brexit…

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Buon Pomeriggio;
due settimane dopo il referendum britannico, il cui esito ha generato volatilità e incertezze nei maggiori mercati mondiali, è tempo di un primo bilancio. Un’osservazione superficiale ci mostra come vi sia stata una reazione risoluta da parte di alcuni mercati, che all’immagine dell’S&P500 o dello stesso FTSE100, all’epicentro degli eventi, hanno già raggiunto e superato i loro rispettivi massimi di ciclo, mentre altri, primo fra tutti il mercato europeo, hanno mostrato un recupero più problematico, seppure sorretto da una dinamica ascendente caratterizzata da un allineamento di fondamentali che stanno nuovamente dando sostegno al comparto azionario.
 Con una panoramica di ampio raggio, rileviamo che nei mercati asiatici, dopo un inizio d’anno difficoltoso, le borse hanno alle spalle una quindicina positiva. A seguito di dati macroeconomici in Cina migliori delle attese, la stagione degli utili in Corea del Sud e in Giappone si è aperta su premesse favorevoli, e il Nikkei ha completato la settimana più positiva degli ultimi 6 anni, sospinto anche dall’esito elettorale oltre che da un’accresciuta attività da parte della BoJ.
Proprio la maggiore presenza delle principali banche centrali è una delle forze trainanti di questa fase di mercato: il consolidato degli interventi sul mercato si è recentemente portato al più alto livello dal 2013 anche grazie all’intensificarsi degli sforzi della BCE.
 In ambito geopolitico, il nodo più immediato da sciogliere era rappresentato dalla necessità per il Regno Unito di riformare un nuovo governo dopo le inevitabili dimissioni di Cameron. Anche in questo caso, una reazione immediata e ben definita è stata la migliore delle soluzioni per togliere un fattore d’incertezza. Il mercato ha mostrato di gradire la soluzione Theresa May, la celere tempistica del suo insediamento e la sua scelta della nuova compagine governativa. La terza elezione di rilievo per i mercati, quella negli US, si appresta ad entrare nel vivo, ma anche in questo contesto l’appoggio garantito da Bernie Sanders verso la nomination di Hillary Clinton è un ulteriore elemento di distensione nell’avvicinamento a quella che si preannuncia una campagna insolitamente agitata.
 I mercati azionari, forti del rapido riassorbimento della volatilità generata dal Brexit, con alle spalle alcune incognite elettorali ormai risolte positivamente e con il concreto sostegno delle banche centrali, hanno quindi beneficiato di tre elementi fondamentali che hanno interagito contemporaneamente, producendo una solida spinta in avanti. È quindi lecito chiedersi se, ed in quale misura, questa configurazione possa protrarsi durante il resto dell’anno. Vi sono alcuni fattori a sostegno del perdurare di condizioni favorevoli: tra essi citiamo alcuni dati macro di riferimento negli US che hanno superato le aspettative, la probabilità ormai remota di un rialzo dei tassi da parte della Fed e la convinzione dei maggiori fondi d’investimento a riposizionarsi nell’azionario per la seconda metà dell’anno.
La ciliegina sulla torta potrebbe in questo caso arrivare da una stagione finalmente convincente per i risultati aziendali al 2T, una possibilità tutt’altro che remota a giudicare dai primi riscontri già giunti. L’attuale momentum dei mercati ha quindi ancora molta spendibilità, ma è opportuno tenere presente che gli elementi controbilancianti, momentaneamente passati in secondo piano, non hanno ancora esercitato la loro influenza. Si tratta dell’elezione US che sarà presumibilmente carica di controversie, della crescente inefficienza e limitatezza delle politiche fiscali espansive, e della reale portata e tempistica dell’uscita del Regno Unito dall’Europa, tutti cantieri ancora aperti e decisivi per la direzionalità dei mercati e dei quali dovremo tenere conto prima della fine dell’anno.
Cordiali Saluti.
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