E’ probabile una recessione?

recessione.pngI mercati finanziari rimangono scossi, a dir poco. Da inizio anno le perdite sono ingenti per tutte le attività rischiose, dalle azioni alle materie prime, eccezion fatta per i metalli preziosi, fino ai corporate bonds ed ai titoli di stato dei paesi emergenti o della periferia area euro. Al contrario, molto bene hanno fatto i titoli di stato dei paesi core, quelli che hanno attratto i flussi generati dalla ricerca di qualità e sicurezza nei portafogli degli investitori. Per finire, la volatilità è aumentata sensibilmente, pur senza rivedere i recenti picchi della scorsa estate, ed anche questo conferma il crescente nervosismo degli operatori.
Cosa può spiegare cali come quello dell’indice MSCI World, che perde oltre l’11% da inizio anno e che ormai sfiora il bear market, ovvero una discesa di almeno il 20%, dal picco della primavera 2015? O allargamenti degli spread dei corporate bonds di buona qualità a livelli che non si osservavano dal 2012, quando imperversava la crisi del debito europea? La risposta più convincente, secondo noi, è la paura di una recessione economica imminente, scenario che potrebbe davvero mettere in crisi quelle attività finanziarie che hanno invece bisogno di crescita, sia reale sia nominale, per brillare in termini di performance. In effetti, ai livelli di spread correnti sul mercato USA, ha in passato corrisposto un sensibile rallentamento, se non una vera e propria stagnazione del PIL.
La successiva domanda è quindi: ma è davvero così probabile una recessione su vasta scala come sembrano credere i mercati finanziari? A nostro giudizio, nonostante i dati economici più recenti abbiamo prevalentemente deluso le attese, i rischi per il futuro prevedibile sono limitati, a meno del verificarsi di qualche nuovo shock inatteso.
A sostegno della nostra conclusione portiamo alcune evidenze. Per cominciare, l’indicatore della probabilità di recessione della Federal Reserve di Atlanta nel suo ultimo aggiornamento di inizio febbraio mostrava un valore pari a solo il 10% di recessione negli Stati Uniti. Secondo la Atlanta Fed, “nonostante il dato del PIL del T4 fosse debole, un valore del 10% è ancora molto basso e l’inferenza dai dati più recenti è che l’economia USA è ancora in una fase di espansione”. In effetti, la stessa Atlanta Fed pubblica una stima in tempo reale della crescita trimestrale del PIL. L’ultimo aggiornamento, del 12 febbraio, stima una crescita del PIL nel T12016 pari al 2.7% t/t annualizzato, in accelerazione rispetto al misero 0.7% t/t annualizzato riportato nel T42015.
Si potrebbe però argomentare che al momento le criticità risiedono soprattutto fuori dagli USA, nei paesi emergenti, Cina su tutti, o in Europa e Giappone. Anche da questo punto di vista, però, l’osservazione degli indicatori prospettici più recenti non supporta la tesi di una prossima recessione economica. Pur senza brillare, l’indice PMI composito a livello globale è rimasto a gennaio ad un livello, 52.5, coerente con una moderata espansione del PIL reale. Da notare inoltre che, per risultare coerente con una recessione del PIL, l’indice dovrebbe scendere ben al di sotto di quota 50, livello normalmente considerato lo spartiacque tra espansione e contrazione dell’attività.
In conclusione, pur riconoscendo che i rischi verso il basso per la crescita mondiale sono aumentati ancora nelle ultime settimane, ci pare che ciò non sia sufficiente a spiegare pienamente i convulsi movimenti sui mercati delle ultime settimane. Purtroppo, questo non garantisce che la serenità torni in tempi brevi sui mercati, e ciò per ora consiglia ancora prudenza nella gestione di portafoglio. Al tempo stesso, però, suggerisce che si sono probabilmente create sui mercati opportunità da cogliere quando il pessimismo per ora imperante finalmente diminuirà.
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